PROVO

IL DILEGGIO FASCISTOIDE DELLA BICICLETTA

Perché molte battute su chi usa la bicicletta sono inaccettabili? Cosa differenzia la battuta dal dileggio? Cerco di capirlo con l’aiuto di un comico.

Lo scorso 22 Luglio la rivista Rolling Stone ha pubblicato un articolo dal titolo “Cadono come mosche e non sanno stare in fila. Chi sono?“.

Alla reazione indignata da parte di tante persone che usano la bicicletta, l’autore dell’articolo e l’editore della testata hanno risposto con una certa sorpresa.

“Non capite l’ironia.”

“Non comprendete il sarcasmo.”

“È solo una provocazione.”

Eppure le persone che usano la bicicletta sono dotate di senso dell’umorismo, come e a volte più degli altri. Ne conosco molti: si prendono in giro con sprezzo del pericolo e del politicamente scorretto, venderebbero la nonna per mezza risata in più – mezza. L’autoironia è strumento di sopravvivenza.

E allora perché l’articolo di Rolling Stone non va bene? Perché ogni volta che qualcuno fa una battuta su chi usa la bicicletta finisce per fare la figura della merda?

“Mentana a Elm street”

Una possibile spiegazione la fornisce Daniele Luttazzi in un breve saggio-articolo del 2010, dove discute la differenza fra satira e dileggio fascistoide.

Ci sono due elementi che secondo Luttazzi distinguono l’humor, la satira, il grottesco, dal dileggio fascistoide.

Il primo è l’oggetto del dileggio. Dice Luttazzi:

non c’è modo di usare una vittima compiacendosene, e uscirne puliti.

Va da sé che difficilmente si può immaginare di farla franca dopo aver usato la morte di persone uccise mentre erano in sella ad un bicicletta alludendo ad un istinto suicida e poi compiacendosene con il titolo “Cadono come mosche “.

Quando la battuta ha per oggetto la vittima non è comicità, è dileggio fascistoide.

Il secondo elemento che differenzia lo humor, o ironia, dal dileggio fascistoide è il contesto. Scrive ancora Luttazzi:

Comicità = tragedia + spazio/tempo

La morte violenta di persone sulle strade, a piedi, in bicicletta, sulle auto, in pullman, su automezzi pesanti, è un fatto quotidiano diffuso. Non v’è possibilità di creare un distacco spazio/temporale dalla tragedia sufficiente perché la battuta faccia ridere. La battuta sui cicilisti uccisi come mosche perché non sanno stare in fila rimane sempre un dileggio fascistoide.

Se ridi, sei disumano.

Quando ho chiesto all’autore dell’articolo di rimuoverlo ovviamente ha gridato alla censura, appellandosi al fatto che la sua fosse un’opinione come tante. Il che è vero. Nel suo breve saggio, Luttazzi usa spesso la figura di Anna Frank per spiegare la differenza fra ironia e dileggio fascistoide. Scrive:

A questo proposito, va ricordato che la deontologia del comico consiste nel proporre solo battute che lo facciano ridere. E’ proprio il criterio della «risata del comico» a far sì che egli possa essere giudicato per quello che è. Se fai battute razziste perchè ti divertono le battute razziste, sei un razzista.

http://www.piemontemese.it/2017/08/31/1938-39-le-vignette-antisemite-sulla-gazzetta-del-popolo-di-vanessa-righettoni/

Raffigurare come mosche le vittime degli incidenti stradali è disumano. Se ridi per una battuta disumana, sei disumano.

Vorrei che questa semplice indicazione fosse tenuta in considerazione sempre da chi, in buona fede, immagina di scrivere battute divertenti su chi usa la bicicletta o su chi muore in strada.

Chi è in cattiva fede faccia come vuole, può anche fottersi.


Immagine di copertina: Akuma101 https://www.behance.net/gallery/3394061/Demon-Victim

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PROVO

MY ETA TO YOUR PORT IS ABOUT TWO HOURS. OVER.

Giugno 2019. Prendo nota della conversazione fra Carola Rackete, comandante della Sea-Watch3, e la capitaneria di porto di Lampedusa.

SW3: Lampedusa port, this is Sea-Watch3. Good afternoon sir, I would like to inform you that I have to enter the territorial water of Italy. Due to the state of necessity onboard my vessel I can not guarantee the safety of the people anymore. I’m guard [?] for their safety, and I will have to disembark the 42 people which I have on board. I will turn the ship and I will enter the territorial water. Over.

CdP: Sorry captain I don’t copy your last message because channel 1-4 is busy, please switch on channel 1-6.

CdP: Sea-Watch 3, this is Lampedusa harbour master, I copy your last message. You are not authorized to enter in the italian territorial water.

SW3: Lampedusa Port, Sea-Watch3. My ETA (Estimated Time of Arrival, n.d.r.) to your port is about two hours. Two hours. Over.


Fonte: https://tg24.sky.it/cronaca/2019/06/26/sea-watch-3-audio-conversazione-capitano.html

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HEIMAT

IL MURALE SECONDO ME

Si vede una bambina in bicicletta nella parte alta del rettangolo blu, oppure un bambino, non lo sapremo mai perché probabilmente l’autore ha disegnato dei lineamenti ambigui perché non si capisca il sesso, ché il sesso è importante certo ma non qui. Il bimbo, o la bimba ma potrebbe essere ragazza o ragazzo non sappiamo, ci guarda, e alcuni dicono che abbia uno sguardo triste, e potrebbe certamente essere triste perché non è allegra la città intorno. Secondo me è uno sguardo irritato, forse perché abbiamo interrotto il suo andare e abbiamo costretto la piccola amica, o amico chissà, ad abbassare lo sguardo su di noi, perché è dall’alto che ci guarda, Ehi dove stai andando? Per i fatti miei lasciatemi in pace non verrete a intralciare anche qui nel mio blu. Verso il basso si proietta un’ombra, che da lontano pare la neve di rumore bianco dentro il tubo catodico ma se ti avvicini vedi che è gente in bicicletta e anche loro sembrano seccati di essere della nostra presenza. Dice, Chi sono quelli, i ciclisti morti? Ma no, perdio, quella è una massa di persone pronta a venire giù e invadere le strade, a Roma nel duemiladiciannove ci sono duemilioniemezzo di automobili in circolazione e questa gente vuole duemilioniemezzo di biciclette, secondo me diritto e ragione ad essere irritati. Sostiene Simone che il blu è l’unico pigmento capace di mantenere l’idropittura al quarzo brillante per parecchio tempo, se lo avessimo fatto di un altro colore avremmo dovuto dare due mani e il murale ci sarebbe costato il doppio, e non è che avessimo soldi da sprecare. Simone, che con i suoi compagni di strada si fa chiamare CollettivoFX, mi ha scritto un messaggio lo scorso inverno, Ciao vorrei venire a Roma, in primavera partirò da Torino e mi fermerò qua e là per a dipingere murales di bici, Gandalf mi ha detto di chiamarti e che sicuramente mi puoi aiutare a trovare il posto e aiutarmi a decidere insieme cosa mettere nel murale, Mi sembra bellissimo ora chiamo archiPiero e vateManzi, troviamo il posto e decidiamo il disegno. Sostiene vateManzi che il murale dovrebbe essere uno squarcio di vita perché la città fuori dal muro è morta le persone passano il loro tempo dentro le auto e poi dentro l’ufficio e poi dentro casa, e facciamogli vedere un po’ di vita, in realtà non ha detto così Luca, ma è quello che ricordo. archiPiero invece vuole la Santa e allora devo spiegare a Simone che non è proprio una Santa perché qualche anno fa mi sono messo a chiedere in giro quali percorsi da A a B si possono fare in 15 minuti di bicicletta e poi con Pietro ci siamo messi a disegnarli su un foglio. Cioè non proprio i percorsi, ma delle linee da A a B, ché in bicicletta non sai mai se a un certo punto ti va di svoltare di qua o di là e magari passi per C prima di arrivare a B. Fatto sta che dopo un po’ dal foglio sembra uscire fuori una testa di donna con una montagna di capelli, una specie di Medusa, un’apparizione. Poi con gli amici ci mettiamo a giocare con un ritratto di Santa Bibiana protettrice della ciclabile popolare anonimamente disegnata, ridisegnata, manutenuta lungo l’omonimo tunnel e così la Medusa è diventata la Santa. Dopo qualche giorno Simone arriva con un ritratto di donna chiomata di percorsi in bici e uno sguardo che pare una gioconda, si capisce subito che è Roma. archiPiero e io ci innamoriamo e usciamo un sabato pomeriggio a ricognire il quartiere vicino al tunnel per trovare il muro e dunque la casa per la Santa, che non è propriamente una Santa ma insomma ci siamo capiti. Qui troppo in alto, qui troppo stretto, qui troppo nascosto, qui non si vede, da oggi in poi quando vado in giro vedo solo muri da riempire con la Santa. Poi Simone tira fuori un altro bozzetto, c’è sempre la Santa che non sappiamo se è veramente una Santa, ma i capelli sono pieni di automobili e i bambini aiutano i grandi a scendere dalle automobili e vivere liberi. vateManzi dice che gli mette l’ansia, cioè non dice così ma è quello che ho capito io, e allora dico a Simone, Forse tutte quelle automobili mettono un po’ di ansia, Va bene allora ci metto le foglie al posto delle automobili e fa il bozzetto con le le foglie, Ma non dovremmo metterci le biciclette dico io, e Simone ci pensa ancora qualche giorno, le biciclette non c’entrano proprio insieme alla Santa, finché non arriva Alzati e Pedala dove c’è un uomo in terra e i bambini lo aiutano ad guadagnare la posizione eretta e a pedalare una bici immaginaria, anche se io non gli avrei messo il casco a questa specie di Lazzaro. Ma si poteva competere con la Santa? No, non si poteva. Non so se ci avete fatto caso ma a questo punto abbiamo quattro bozzetti e nemmeno un muro, nonfosseché mi imbatto in una foto di Luca, con il murale di Tina Costa, che il pugno chiuso non stava bene e ci hanno messo dentro la costituzione e forse anche un crocifisso per orecchino, e insomma chiedo a Luca lo troviamo un muro a San Lollo per la Santa? Ma certo, è il muro della scuola, è gigantesco, è sopra un parcheggio e anche davanti al parco con gli scivoli le altalene il chiosco e i tavoli e tutto il resto dobbiamo solo chiedere l’autorizzazione. Ommioiddio l’autorizzazione! Sarà un bagno di sangue e chiamo subito la Presidente. Presidente senti, vogliamo fare la Santa sulla parete della scuola, che dici la facciamo? Guarda Sandro, ho appena discusso col preside per Tina, non lo so mica come va a finire con la Santa, possiamo provare. Solo che, adesso che abbiamo il muro, ci vuole anche la gru con il cestello e e in tre giorni tiriamo su almeno la metà di tutti quelli che ci servono, ce la possiamo fare. Abbiamo tutto, il disegno, il muro, la gru, i soldi per pagare la gru, l’unica cosa che ci può fermare è la pioggia, oppure qualche autorizzazione che non abbiamo. E infatti il diciotto maggio del duemiladiciannove a Roma piove, e per fortuna dico io perché tanto non abbiamo neanche l’autorizzazione dei vigili per la gru, e allora rimandiamo al due giugno quando a Roma arriva la Ciemmona e noi avremo SICURAMENTE l’autorizzazione dei vigili. Presidente è tutto apposto con i permessi? Veramente no, il Preside dice che adesso non ha tempo per queste cose, Ma come innomediddio ho detto a Mario di venire con la gru, Simone sta per arrivare in treno da Reggio Emilia, no ti prego la dobbiamo fare. No veramente la dovremmo rimandare, E va bene mannaggiaimartiri però mi raccomando: o il 16 giugno o morte, ho fatto pure la colletta mica posso chiamare e restituire i soldi, neanche li conosco, tutti, no dai presidè, famo ‘sto murale, convinci il preside, facciamo qualcosa, qualsiasi cosa, vado all’ufficio tecnico, basta che facciamo la Santa, La facciamo, non ti preoccupare, male che va la firma ce la mette la tua Presidente. È lì che da San Lollo arriva il tortore popolare: la santa cattolica e martire a San Lollo no, non la vogliamo, non si può fare. Ma porc…. adesso come li convinco che non è una Santa, è tutto uno scherzo, non mi crederanno mai, mannaggia i santi, mannaggia. Per fortuna Simone passa per Roma e al Chiosco incontra Sara Marghe Luca Stefano e i genitori di Miriam e io sono un po’ sorpreso, perché Simone non ci manda affanculo, che non ci sta bene niente? Invece si siede, ascolta, osserva, si fa spiegare, guarda il muro, guarda la gente, guarda i bambini e ovviamente sforna il quinto bozzetto, quello buono. Presidente è tutto a posto con i permessi? Mah, non proprio, bisogna sentire i vigili, Ma iddioonnipotente perché sempre all’ultimo minuto? Spargo un po’ di ansia sulle bacheche social, URGENTE, molto URGENTE, chi può andare in municipio, chi va a prendere i permessi, chi va a pagare? Senza Alessandra e Francesca che si precipitano al quarto piano di via tripoli staremmo ancora qui a parlare di come sarebbe bello fare il murale, e invece il murale sta lì dove deve stare, fatto e bello.

Presidente adesso che il murale è fatto, come è finita con il preside, si è convinto? Non l’ho sentito, i muri della scuola sono nostri, è il murale s’ha da fare, anche se volevo la Santa, che poi non è una Santa, è una donna, è una madre, però adesso il preside ha scritto alla Sindaca e dice che la Sindaca deve venire a cancellare il murale, Ah e se lo cancellasse come potrebbe spiegarlo ai ragazzi e ai genitori della scuola, come potrebbe spiegarlo a chi lo ha finanziato, ad Annalisa Alessandra Silva Sergio Paolo Giancarlo Paolo-Papelo Jennyfer Loreto Claudio Marcello Gabriele Luca Delia Nadia Violettina Riccardo Sara Mariagrazie MarcoR FrancescaDM Giuliano Nino Federico Il Nuovo Cinema Palazzo AndreaZioBici Ludovica Julian Valentina Remo Laura Stefania Carletto Catia Carmine Leone Rosa Giorgio MarcoP MarcoS Michelangelo la Pedalata di Luna Piena e gli altri sostenitori anonimi a cui non sappiamo risalire, come potrebbe spiegarlo a Lorenzo e Guglielmo, come potrebbe spiegarlo a Mirco, che ha manovrato per due giorni il cestello sotto un sole assassino, come potrebbe spiegarlo a Loreto che ci ha pure girato un film sul murale, come potrebbe spiegarlo a Mario che per dare la gru a noi ha fatto i salti mortali, come potrebbe spiegarlo a Simone e a CollettivoFX che ha sono andato su e giù per l’Italia facendo bozzetti e dipingendo tutta la parete sotto un sole infernale, come potrebbe? No dai, siamo seri, è una storia bella, finiamola qui e troviamo un muro per la Santa.

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Illustrazione Valentin Tkach
TERRA

COME PARLARE DELLA CATASTROFE CLIMATICA

Katharine Viner, caporedattrice del Guardian, ha recentemente diffuso alcune linee guida sul linguaggio da utilizzare nei servizi che riguardano l’ambiente.

Quella che segue è una libera traduzione del testo inviato da Katharine Viner alla redazione.

L’obiettivo del Guardian – dice Katharine Viner – è di essere accurati dal punto di vista scientifico, diffondere informazioni basate sui fatti, e comunicare in modo chiaro con lettori sui temi importanti.

Per esempio, l’espressione ‘cambiamento climatico’ suona piuttosto netura e impersonale, mentre ciò di cui parlano gli scienziati è una catastrofe per l’umanità.

Gli scienziati, le organizzazioni internazionali, le agenzie e gli uffici meteorologici, stanno adottando progressivamente un linguaggio più duro per descrivere la situazione in cui ci troviamo.

Ecco dunque l’invito di Katharine Viner alla redazione Guardian.

  • Usare emergenza climatica, crisi, collasso al posto di cambiamento climatico.
  • Usare surriscaldamento globale al posto di riscaldamento. In inglese il Guardian propone global heating al posto di global warming che suona quasi accogliente e garbato ( per esempio: ‘a warm welcome’, ‘a warm house’).
  • Usare vita al posto di biodiversità (quando la sostituzione è appropriata). In inglese il Guardian propone di usare wildlife al posto di biodiversity. In italiano non è facile individuare una parola che traduca il termine wildlife. Solitamente wildlife viene tradotto con fauna selvatica ma questa non sembra una buona sostituzione per biodiversità. Anche la sostituzione con il termine natura non sembra appropriato poiché vanno persi i valori semantici legati alle particelle bio e life, cioè vita. La traduzione letterale, vita selvaggia, evoca un mondo distante. La sostituzione più efficace sembra dunque essere, semplicemente, vita.
  • Usare fauna ittica al posto di riserve di pesce. In inglese, il Guardian propone di utilizzare fish population al posto di fish stocks.
  • Usare l’espressione negazionisti della scienza, o della scienza del clima al posto di scettici.

Non necessariamente Katharine Viner invita a mettere al bando i termini originari, ma chiede ai redattori del Guardian di riflettere prima di usarli.

Altri suggerimenti sono bene accetti, parliamone.


Illustrazione di Valentin Tkach.

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TERRA

BAMBINI IN BICICLETTA IN CITTÀ: COME FARE.

Ho scattato questa foto ad Aprile del 2015. All’epoca Leo aveva 5 anni e il sabato mattina andavamo in piscina in bici usando percorsi misti, pezzi di parco, pezzi di marciapiede, mozziconi di ciclabile, per un totale di circa 12 km fra andata e ritorno.

Con un po’ di calma si può fare.

L’effetto sui ragazzi è spettacolare, ora lo posso certificare. Roma non è certo una città facile per le biciclette, e il nostro paese è culturalmente ostile alla mobilità in bici. Ma oggi per i miei figli muoversi a Roma in bicicletta è un fatto ovvio.

Normalmente, provate a fare una ricerca su internet, quando si parla di bambini in bicicletta si parla dei dispositivi obbligatori, dei seggiolini a norma, del fatto che il casco vada indossato sempre anche se non è obbligatorio.

Ma la sicurezza viene da noi: abbiamo tutto il diritto di muoverci in bicicletta e usare le strade, renderci visibili, pedalare al centro della carreggiata accanto ai bambini.

Il codice della strada (art. 182, comma 1) ci permette e ci impone di sorvegliare la sicurezza dei nostri figli in bicicletta facendo quelle che facciamo sempre: stando accanto, leggermente indietro.

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PROVO

ECONOMIA DELLO SGOMBERO

Il mio idraulico abita a Tor Sapienza.

È una bella persona, ma quando si parla di migranti, rom, integrazione, è in grado di sfoderare una ferocia senza eguali. Come se un pezzo della sua umanità, all’improvviso, si disintegrasse.

Tempo fa mi ha detto: “Vieni a vedere dove abito io. Voi che state bene e abitate in centro non potete capire. Non potete nemmeno immaginare”. Ha ragione: per sapere come raggiungere Via di Tor Sapienza ho dovuto controllare la mappa di Roma.

Una domenica mattina ho preso la bicicletta e sono andato a Tor Sapienza, fino all’ex Eurostars Congress Hotel sulla prenestina, a due passi dal raccordo.

4STELLE HOTEL

Il sabato prima, all’alba, un’ala dell’ex edificio era andata a fuoco, c’erano stati una decina di feriti e 170 famiglie che occupavano l’edificio si erano ritrovate in strada.

Eurostars Congress Hotel era un centro congressi attrezzato con ogni comfort. Nel 2011 tutti i dipendenti vennero improvvisamente licenziati e la struttura fu abbandonata. Il 6 Dicembre 2012 circa 200 famiglie occuparono l’edificio, trovando finalmente una sistemazione e un riparo dal freddo.

Mi aspettavo di trovare lo scenario di guerriglia e devastazione che l’amico idraulico mi aveva descritto.

Ma qualcosa non tornava.

LA PROMESSA DEL DEGRADO

Le tracce dell’incendio non erano visibili: le fiamme erano divampate in alcune stanze sul lato ovest, non visibile.

All’interno della recinzione di protezione dell’edificio era stata allestita una cucina e c’era una fila ordinata di bambini e ragazzi che aspettavano la colazione.

Nel cortile, i ragazzi giocavano a calcio.

Sul cancello erano appese alcune cassette per la posta. I nomi sono una mescolanza eterogenea di Mondella, Jalal, Yisella, Ihsane e altri.

C’erano i vigili urbani, un camper della protezione civile, personale degli uffici di ascolto del Comune, due giornalisti con le telecamere.

Una signora di mezza età raccontava di essere arrivata qui da pochi mesi, non col nucleo storico di famiglie occupanti. Si è ammalata, non è riuscita a pagare un paio di mesi di affitto e l’hanno buttata fuori. Non aveva dormito, era molto stanca. Dopo l’incendio, il Comune le ha offerto ospitalità presso un centro della Croce Rossa. Aveva rifiutato perché le avevano dato ad intendere che questo avrebbe comportato la separazione dal marito e dal loro cane. Siamo riusciti a spiegarle che non era così, che sarebbe rimasta con suo marito e col suo cane. Allora ha accettato, ha lasciato le sue generalità alla protezione civile, ha chiamato il marito e insieme hanno atteso che li portassero altrove.

Dal megafono una voce avvertiva: per favore, cercate di tenere pulito. Adesso tutti arriveranno per fotografare il degrado.

Non ero stato attirato anche io dalla stessa promessa di degrado? 

Tornando a caso ho scoperto la storia l’ex Eurostars Congress Hotel, poi ribattezzato “4 Stelle Hotel”.

La storia del “4 Stelle Hotel” è raccontata qui (http://www.4stellehotel.it), un bellissimo documentario multimediale.

Ma ovviamente, subito dopo l’incendio, la parola d’ordine era: sgombero!

 

L’ECONOMIA DELLO SGOMBERO

In questa zona di Roma, la storia del 4 Stelle hotel è una storia ordinaria: ex stabilimenti produttivi, alberghi, depositi, edifici abbandonati di ogni genere diventano abitazioni per chi è povero e non ha una casa.

Immediatamente, questi luoghi diventano una rendita.

In alcuni casi, i proprietari riescono a ottenere dal Comune l’insperato profitto di una locazione, per tenere in piedi centri di accoglienza. O per lo meno una loro parvenza. Oppure, come nel caso dell’ex stabilimento Fiorucci a pochi metri dal “4 Stars Hotel”, si possono ottenere risarcimenti milionari dal Comune che non ha impedito l’occupazione degli edifici e poi non ha eseguito lo sgombero.

In apparenza dall’economia delle occupazioni e degli sgomberi ci guadagnano tutti.

Per i proprietari è un eldorado.

Per Roma è un gran sollievo poter dimenticare sotto il tappeto quel pezzo di povertà che non entra nell’economia di mercato e quindi non ha cittadinanza, è un rifiuto.

OGNI NOSTRO RESPIRO

Soprattutto, lo sgombero è la perfetta rappresentazione teatrale dei dispositivi di controllo assoluto delle nostre vite: l’unica via moderna, e primordiale al tempo stesso, per la legittimazione del Potere. Oggi questa rappresentazione raggiunge livelli di sadismo a cui non eravamo abituati, la ruspa diventa simbolo, le deportazioni diventano operazioni per ristabilire la legalità, l’umiliazione dei deboli una semplice operazione di decoro.

Tuttavia, anche se la brutalità di queste azioni ci sorprende, lo sgombero è l’esercizio irrinunciabile di ogni élite al potere: dimostrare la capacità di poter controllare ogni nostro respiro e di ogni nostra scelta.

Così, finiamo per sottometterci a chi ci dice di cosa abbiamo bisogno, cosa dobbiamo acquistare, cosa dobbiamo mangiare, come dobbiamo trascorrere il tempo non occupato dal lavoro, chi è il nostro amico, chi è il nostro nemico.

Oppure possiamo impossessarci dei nostri desideri, dei nostri bisogni, del nostro tempo, delle relazioni, del nostro corpo, e riconquistare le nostre identità sgomberate.

La scelta è nostra.


Illustrazione di copertina di Michael Mprotic
https://www.behance.net/mprotic

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